Ottave di Orlando sul Mare

I
La campana d’Orlando suona forte
tra gli scogli del mare inglorioso
egli tenta la spada, ma la sorte
gli resiste con ferro leguminoso
“Esse quam videri” grida, e porte
al destino un orgoglio furïoso.
Ma Durlindana ride sotto il ramo,
il tronco resta intatto: non ti amo.

II
Il mare feroce rugge e poi si scaglia,
i pesci indenni scorrono tra i sassi;
la furia dell’onda invano si raglia,
la vita s’insinua nei gorghi e nei passi.
Beowulf millanta, la menzogna sbaglia,
Orlando si lagna, bestemmia ai frassi.
Ma un cuoco in disparte, tra tanto disastro,
porta salmone in crosta come un astro.

III
La Regina di Spade al vento taglia,
il Re di Specchi specchia sol se stesso;
Kagutsuchi brandisce la sua maglia,
il Bastone bruciando, ride adesso.
Il fiore si schiude, la mussa s’abbaglia,
il cazzo pesa — un pesce lesso.
Eppur nella giostra del mare e del fato,
la roccia rimane, mai si è piegata.

IV
Ebisu sorride, la ruota si gira,
gli eroi cadon come spume leggere;
la sorte si accende, la voce sospira,
tra scogli, menzogne lesinate e fiere.
Così l’onda sale, così poi si ritira,
così il mondo consuma le imprese severe.
Io sono la pietra che l’onda scolpisce,
io sono l’onda che la pietra tradisce.

V
Orlando si specchia nell’onda crudele,
vede il suo volto farsi mostruoso;
urla: “Chi osa negar la mia fedele?”
ma il mare risponde con riso fangoso.
Il ferro rintocca, ma resta ribelle,
la spada è beffarda, il tronco orgoglioso.
Durlindana scintilla, si fa muta,
la gloria si scioglie come una voluta.

VI
Tra gli scogli danzano, indenni e scaltri,
i pesci che ignorano l’ira dei re;
mentre Orlando batte, confonde gli altri,
il mare sospira: “Non è per te.”
Beowulf intona i suoi canti maldestri,
un vichingo stonato perso nel piè;
e il cuoco ritorna, tra fumo e burrasca,
con trote in cartoccio ed aringa fresca.

VII
La Regina di Spade taglia il respiro,
il Re di Specchi si ammira vanitoso;
Kagutsuchi accende con fiamme un deliro,
il Bastone s’innalza più luminoso.
La mussa si curva nel vento leggero,
il fiore s’appassisce ma resta odoroso;
intanto Orlando, stanco e deluso,
confessa al mare d’esser confuso.

VIII
Ebisu solleva la sorte in bilancia,
tra spume leggere e conchiglie ferite;
le onde si fanno canzoni di Francia,
le rocce trattengono glorie tradite.
Così nella notte la voce si lancia,
così nella ruggine cadono vite.
Io sono la pietra che l’onda scolpisce,
io sono l’onda che la pietra tradisce.

IX
Orlando tentò con furia finale,
alzò la Durlindana verso il cielo,
ma un granchio gli morse la caviglia brutale,
e cadde gridando sul duro macello.
Il mare lo prese per gioco mortale,
gli tolse la gloria, gli lasciò il fardello.
“Eroe senza onore” cantò la risacca,
“sei più rumoroso di cozza che stacca.”

X
Beowulf rise, ma perse la voce,
annegò tra le bolle di birra rancida;
il cuoco serviva con mano veloce
aragoste ripiene in salsa acidula.
La Regina di Spade fece la croce,
il Re di Specchi si specchiò in facciula;
il Bastone cadde, fumando di scherno,
finì come legna nel fuoco d’inverno.

XI
Orlando affondava con grande clamore,
invocando la gloria che mai tornava;
i pesci danzavano, pieni d’amore,
tra scogli e coralli, la vita brulava.
“Esse quam videri” gridò con furore,
ma l’onda beffarda di schiuma lo lava.
Così tra legumi, bestemmie e viltà,
morì l’epopea della sua vanità.

XII
Ebisu infine, con riso sovrano,
sollevò la coppa del mare tradito;
brindò con i pesci, con l’alga e il granchio,
e il canto si chiuse tra eco e starnito.
Così si consuma l’eroe cristiano,
tra salmone in crosta e vino sfinito.
Io sono la pietra che l’onda scolpisce,
io sono l’onda che la pietra tradisce.